Google Chrome si prepara a chiudere definitivamente la porta agli ultimi Ad Blocker basati su Manifest V2. Con le versioni Chrome 150 e Chrome 151, Google sta rimuovendo gli ultimi elementi di compatibilità che permettevano ad alcune estensioni storiche di continuare a funzionare nonostante la transizione verso Manifest V3.

La decisione rappresenta l’ultimo capitolo di un percorso iniziato diversi anni fa, quando Google annunciò l’intenzione di modernizzare il sistema delle estensioni di Chrome per migliorare sicurezza, prestazioni e gestione delle autorizzazioni.

Cos’è Manifest V3 e perché Google lo ha introdotto

Manifest V3 è il nuovo standard utilizzato da Google Chrome per le estensioni del browser.

Secondo Google, il nuovo sistema offre:

  • maggiore sicurezza;
  • minore consumo di memoria;
  • migliore gestione delle autorizzazioni;
  • riduzione del rischio di estensioni malevole;
  • prestazioni più elevate durante la navigazione.

Manifest V3 sostituisce alcune API utilizzate dalle estensioni Manifest V2, introducendo regole più rigide sul modo in cui le estensioni possono intercettare e modificare il traffico web. Proprio questa modifica ha generato le maggiori polemiche tra sviluppatori e utenti.

Perché molti Ad Blocker smetteranno di funzionare

Gli Ad Blocker più avanzati utilizzavano le funzionalità offerte da Manifest V2 per analizzare in tempo reale le richieste effettuate dal browser.

Con Manifest V3, Google Chrome limita queste possibilità e obbliga gli sviluppatori a utilizzare sistemi più rigidi basati su regole predefinite. Questo significa che alcuni strumenti storici potrebbero non funzionare più come in passato oppure perdere parte della loro efficacia.

Tra le estensioni maggiormente coinvolte troviamo:

  • uBlock Origin (versione classica);
  • vecchi Ad Blocker sviluppati per Manifest V2;
  • estensioni che utilizzano filtri dinamici avanzati.

Chrome 151: la fine definitiva delle scorciatoie

Negli ultimi mesi alcuni utenti erano riusciti a mantenere attive estensioni Manifest V2 sfruttando impostazioni sperimentali e vecchi flag interni di Chrome.

Con Chrome 150 e soprattutto Chrome 151, Google sta rimuovendo anche queste ultime possibilità. Gli sviluppatori di Chromium hanno confermato che il codice relativo a Manifest V2 verrà eliminato definitivamente dalle future versioni del browser.

In pratica:

  • le estensioni Manifest V2 non saranno più supportate;
  • gli utenti non potranno più riattivarle tramite flag;
  • Chrome utilizzerà esclusivamente estensioni compatibili con Manifest V3.

Google Chrome vuole più sicurezza o più pubblicità?

Una delle critiche più frequenti riguarda il possibile conflitto di interessi.

Google sostiene che Manifest V3 sia necessario per migliorare la sicurezza e ridurre il rischio di vulnerabilità legate alle vecchie estensioni. Alcuni utenti e sviluppatori, però, ritengono che limitare gli Ad Blocker favorisca indirettamente il business pubblicitario di Google.

La discussione continua da anni e rimane uno dei temi più dibattuti nel mondo dei browser.

Quali alternative hanno gli utenti di Chrome

Chi utilizza Google Chrome può comunque continuare a usare estensioni compatibili con Manifest V3.

Tra le soluzioni più diffuse troviamo:

  • uBlock Origin Lite;
  • AdGuard per Manifest V3;
  • Ghostery;
  • Adblock Plus aggiornato per Manifest V3.

Alcuni utenti stanno inoltre valutando browser alternativi che mantengono una maggiore compatibilità con sistemi di filtraggio più avanzati.

Cosa aspettarsi nei prossimi mesi

Con l’arrivo delle nuove versioni di Google Chrome, il passaggio a Manifest V3 sarà ormai completo. Gli utenti che utilizzano ancora estensioni basate su Manifest V2 dovranno necessariamente migrare verso soluzioni aggiornate o scegliere browser che continuano a supportare tali tecnologie.

La scelta di Google segna una svolta importante per Chrome e per l’intero ecosistema delle estensioni. Nei prossimi mesi sarà possibile valutare se Manifest V3 riuscirà realmente a garantire il giusto equilibrio tra sicurezza, privacy e libertà degli utenti.

Google Chrome continua a evolversi e con Chrome 151 si conclude definitivamente l’era di Manifest V2. Per molti utenti si tratta di un cambiamento tecnico quasi invisibile, mentre per chi utilizza Ad Blocker avanzati rappresenta una vera rivoluzione. La sfida sarà capire se le nuove estensioni Manifest V3 riusciranno a offrire la stessa efficacia mantenendo gli standard di sicurezza richiesti da Google.

A volte i problemi più strani non dipendono dal sito web, dal gestionale o da un errore di programmazione, ma da una funzione del browser che lavora in automatico senza che ce ne accorgiamo. È il caso di un’anomalia curiosa che può comparire in alcuni moduli online: la dicitura “Cod. Fisc.”, cioè l’abbreviazione di Codice Fiscale, viene trasformata in modo errato in “codice commemorativo”.

Il risultato può creare confusione, soprattutto quando ci si trova davanti a un modulo di registrazione, una pagina di checkout, un’area cliente o un gestionale in cui bisogna inserire dati personali corretti. In realtà, nella maggior parte dei casi, il sito non è stato modificato e il campo non è sbagliato: è il browser che sta traducendo automaticamente la pagina in modo errato.

Perché “Cod. Fisc.” diventa “codice commemorativo”?

Il problema nasce quasi sempre dalla traduzione automatica attiva nel browser, ad esempio su Google Chrome, Microsoft Edge o Safari.

Quando il browser rileva una pagina che ritiene scritta in una lingua diversa, può proporre o applicare una traduzione automatica. In alcuni casi, però, interpreta male abbreviazioni, sigle o parole tecniche. La dicitura “Cod. Fisc.” può essere scambiata per un termine straniero o per una sigla da tradurre, generando una traduzione completamente fuori contesto.

È così che un normale campo “Codice Fiscale” può diventare, in modo assurdo, “codice commemorativo”.

Questo non significa che il sito sia stato hackerato, che il modulo sia rotto o che il dato richiesto sia diverso. È semplicemente un errore di interpretazione della traduzione automatica.

Dove può capitare questo errore

Questo problema può comparire in diverse situazioni, ad esempio:

  • moduli di registrazione;
  • pagine di pagamento o checkout;
  • aree riservate;
  • gestionali online;
  • siti multilingua;
  • pagine tradotte automaticamente dal browser;
  • form con abbreviazioni come “Cod. Fisc.”, “C.F.” o “P. IVA”.

Il problema è più evidente quando il browser prova a tradurre anche testi che dovrebbero restare invariati, come sigle, etichette dei campi o abbreviazioni amministrative italiane.

La soluzione immediata

Per risolvere subito il problema, basta disattivare la traduzione automatica sulla pagina oppure ripristinare la visualizzazione originale del sito.

Dopo questa operazione, la pagina verrà mostrata nella lingua originale e la dicitura corretta “Codice Fiscale” o “Cod. Fisc.” tornerà visibile.

Come risolvere su Google Chrome

Se stai usando Google Chrome da computer o smartphone, segui questi passaggi:

  1. Guarda nella barra degli indirizzi, in alto.
  2. Cerca l’icona della traduzione, spesso rappresentata da una piccola icona con una lettera o un simbolo legato alla lingua.
  3. Clicca o tocca l’icona.
  4. Seleziona “Mostra originale”.
  5. In alternativa, clicca sui tre puntini del menu della traduzione e scegli “Non tradurre mai questo sito”.

In questo modo Chrome smetterà di tradurre automaticamente quella pagina o quel sito e il campo tornerà a essere visualizzato correttamente.

Come risolvere su Microsoft Edge

Anche Microsoft Edge integra una funzione di traduzione automatica molto simile a quella di Chrome. Per disattivarla:

  1. Vai nella barra degli indirizzi.
  2. Cerca l’icona della traduzione, solitamente rappresentata da due fogli o da un simbolo con lettere.
  3. Clicca sull’icona.
  4. Scegli l’opzione per mostrare la pagina nella lingua originale.
  5. Se disponibile, seleziona anche l’opzione per non tradurre più quel sito.

Dopo il ripristino della lingua originale, la dicitura sbagliata “codice commemorativo” dovrebbe sparire.

Come risolvere su Safari da Mac, iPhone o iPad

Su Safari il problema può presentarsi soprattutto su iPhone e iPad, quando la traduzione automatica della pagina è attiva. Per tornare alla versione originale:

  1. Tocca l’icona “aA” nella barra degli indirizzi.
  2. Apri il menu delle opzioni della pagina.
  3. Seleziona “Mostra pagina originale”.
  4. Ricarica la pagina, se necessario.

Una volta disattivata la traduzione, Safari mostrerà nuovamente il testo corretto.

Il sito è davvero sbagliato?

Nella maggior parte dei casi, no. Se il campo viene visualizzato come “codice commemorativo” solo sul tuo dispositivo, ma su altri browser o computer appare correttamente come “Codice Fiscale”, allora il problema non è nel sito.

Per verificarlo puoi fare una prova semplice:

  • apri la stessa pagina in navigazione anonima;
  • prova con un altro browser;
  • disattiva la traduzione automatica;
  • controlla la pagina da smartphone e da computer;
  • chiedi a un’altra persona di aprire lo stesso link.

Se il testo cambia solo quando la traduzione è attiva, la causa è confermata.

Consiglio per chi gestisce un sito web

Se gestisci un sito, un e-commerce o un gestionale, questo problema può essere fastidioso perché l’utente potrebbe pensare che ci sia un errore nella pagina. Per ridurre il rischio, conviene evitare abbreviazioni troppo ambigue nei form.

Al posto di “Cod. Fisc.”, meglio usare direttamente:

Codice Fiscale

oppure:

Codice fiscale

Questa forma è più chiara per l’utente e meno esposta a traduzioni automatiche sbagliate.

Inoltre, se il sito è in italiano, può essere utile impostare correttamente l’attributo lingua nel codice HTML:

<html lang="it">

Questo aiuta il browser a capire che la pagina è già in italiano e riduce la probabilità che venga proposta una traduzione non necessaria.

Se vedi la scritta “codice commemorativo” al posto di “Codice Fiscale”, molto probabilmente non si tratta di un errore del sito, ma di una traduzione automatica sbagliata del browser.

La soluzione è semplice: disattiva la traduzione automatica oppure seleziona “Mostra originale” dal menu del browser.

Dopo il ripristino della lingua originale, la pagina tornerà a mostrare correttamente il campo Codice Fiscale e potrai completare il modulo senza confusione.

In caso di dubbi, la prima cosa da controllare è sempre il browser utilizzato: Chrome, Edge e Safari possono tradurre automaticamente le pagine e, a volte, interpretare male sigle e abbreviazioni italiane.

 

Se utilizzi Windows 11 da tempo, probabilmente ti sarà capitato almeno una volta di cercare un file, un programma o un’impostazione dal menu Start e ritrovarti davanti risultati provenienti dal web tramite Bing.

Una scelta che per anni ha fatto discutere gli utenti di Win 11, soprattutto quelli che desiderano utilizzare la ricerca del sistema operativo esclusivamente per trovare contenuti presenti sul proprio PC.

Adesso qualcosa potrebbe finalmente cambiare.

Microsoft ascolta gli utenti (e l’Europa)

Negli ultimi mesi Microsoft ha iniziato a testare una serie di modifiche che permettono agli utenti di avere un controllo maggiore sulla ricerca integrata di Windows 11. In particolare, alcune versioni di prova consentono di disattivare i risultati web forniti da Bing, lasciando spazio soltanto a file, applicazioni e impostazioni locali.

La novità nasce soprattutto dall’esigenza di rispettare le normative europee sul mercato digitale, che chiedono alle grandi aziende tecnologiche di offrire maggiore libertà di scelta agli utenti.

Perché gli utenti di Win 11 vogliono eliminare Bing?

Il motivo è molto semplice: velocità.

Quando si apre il menu Start di Windows 11, la maggior parte delle persone vuole trovare rapidamente:

  • un programma;
  • un documento;
  • una cartella;
  • un’impostazione di sistema.

L’integrazione di Bing aggiunge invece risultati online che spesso non sono pertinenti e finiscono per rallentare l’esperienza utente. Molti utenti considerano questa funzione più una distrazione che un vantaggio.

Un Win 11 più pulito e veloce

La possibilità di disattivare Bing rappresenta un piccolo cambiamento che però può migliorare notevolmente l’esperienza quotidiana.

I vantaggi principali includono:

Ricerca più veloce

Il sistema non deve interrogare servizi online per ogni ricerca.

Risultati più pertinenti

Vengono mostrati principalmente file, applicazioni e impostazioni presenti sul computer.

Maggiore privacy

Meno ricerche inviate ai servizi online significa anche una gestione più controllata dei dati personali.

Esperienza meno invasiva

Molti utenti preferiscono un sistema operativo che non promuova continuamente servizi aggiuntivi.

Quando arriverà la novità?

Al momento Microsoft sta distribuendo gradualmente queste funzionalità nei programmi Insider e nelle versioni dedicate ai paesi dello Spazio Economico Europeo. Alcuni report indicano che la possibilità di disattivare completamente i risultati web di Bing potrebbe arrivare in maniera più estesa nel corso dei prossimi aggiornamenti di Windows 11.

Windows 11 sta finalmente maturando

Negli ultimi anni Microsoft ha investito molto in intelligenza artificiale, Copilot e servizi cloud. Tuttavia gli utenti continuano a chiedere una cosa molto semplice: un sistema operativo veloce, pulito e personalizzabile.

La possibilità di gestire in modo più libero l’integrazione con Bing va esattamente in questa direzione.

Per chi utilizza Win, Win 11 o Windows 11 tutti i giorni, potrebbe sembrare una piccola modifica. In realtà è uno dei cambiamenti più richiesti dalla community e potrebbe rendere il menu Start molto più utile e meno dispersivo.

La separazione tra ricerca locale e risultati web è una delle novità più interessanti in arrivo per Windows 11. Microsoft sembra finalmente pronta a concedere agli utenti una maggiore libertà di scelta, riducendo la dipendenza da Bing e migliorando l’esperienza generale del sistema operativo.

Una scelta che molti utenti di Win 11 aspettavano da anni

L’email marketing continua a essere uno dei canali digitali più efficaci per comunicare con clienti e potenziali clienti. Nonostante la crescita dei social network e delle piattaforme di messaggistica, l’email rimane uno strumento diretto, professionale e con un elevato ritorno sull’investimento.

Cos’è l’email marketing

L’email marketing consiste nell’invio di comunicazioni commerciali, informative o promozionali tramite posta elettronica a una lista di contatti che hanno espresso interesse verso un’azienda, un prodotto o un servizio.

Può essere utilizzato per:

  • Promuovere prodotti e servizi
  • Informare i clienti su novità e aggiornamenti
  • Fidelizzare il pubblico
  • Recuperare carrelli abbandonati
  • Generare nuove vendite
  • Rafforzare il rapporto con i clienti

I vantaggi dell’email marketing

Comunicazione diretta

A differenza dei social media, dove gli algoritmi limitano la visibilità dei contenuti, le email arrivano direttamente nella casella di posta del destinatario.

Costi contenuti

Le campagne email hanno costi relativamente bassi rispetto ad altre forme di pubblicità online e permettono di raggiungere migliaia di persone con un investimento ridotto.

Elevato ritorno sull’investimento

Secondo numerose ricerche di settore, l’email marketing continua a essere uno dei canali con il miglior ROI, consentendo alle aziende di ottenere risultati concreti in termini di vendite e conversioni.

Personalizzazione

Le moderne piattaforme consentono di segmentare il pubblico e inviare contenuti personalizzati in base agli interessi, al comportamento e allo storico degli acquisti.

Email marketing e fidelizzazione

Acquisire un nuovo cliente costa generalmente più che mantenere un cliente esistente. Per questo motivo le newsletter e le automazioni email rappresentano uno strumento fondamentale per mantenere viva la relazione con il proprio pubblico.

Attraverso comunicazioni regolari è possibile:

  • Aumentare la fiducia nel brand
  • Incentivare acquisti ripetuti
  • Comunicare offerte esclusive
  • Presentare nuovi prodotti
  • Migliorare la soddisfazione dei clienti

Automazione delle campagne

Le piattaforme moderne consentono di automatizzare molte attività, tra cui:

  • Email di benvenuto
  • Conferme d’ordine
  • Recupero carrelli abbandonati
  • Follow-up post vendita
  • Richieste di recensioni
  • Promozioni personalizzate

Queste automazioni lavorano in modo continuo, permettendo di mantenere il contatto con il cliente senza interventi manuali.

L’importanza per e-commerce e aziende

Per gli e-commerce, l’email marketing rappresenta uno strumento indispensabile per aumentare le vendite e migliorare la fidelizzazione. Anche aziende, professionisti e attività locali possono beneficiare di campagne mirate per mantenere aggiornati i clienti e generare nuove opportunità commerciali.

L’email marketing è ancora oggi una delle strategie digitali più efficaci per comunicare con il proprio pubblico, aumentare le conversioni e costruire relazioni durature con i clienti. Investire in una strategia email ben strutturata significa creare un canale di comunicazione diretto, misurabile e altamente performante

Google aggiorna i Termini di Servizio di Merchant Center

A partire dal 15 giugno 2026, Google introdurrà una nuova versione dei Termini di Servizio di Merchant Center. Tutti i commercianti che continueranno a utilizzare la piattaforma dopo tale data accetteranno automaticamente le nuove condizioni.

L’aggiornamento riguarda principalmente tre aree:

  • Maggiore chiarezza sull’invio dei contenuti e dei prodotti.
  • Nuove regole sul trattamento dei dati.
  • Utilizzo delle email pubbliche per attività di marketing e contatto con i clienti.

Per chi utilizza Google Shopping, Performance Max, annunci prodotto e schede gratuite, si tratta di un cambiamento da analizzare con attenzione.

Cos’è Merchant Center e perché è importante

Merchant Center è la piattaforma Google che permette agli eCommerce di caricare il proprio catalogo prodotti e renderlo disponibile su:

  • Google Shopping
  • Ricerca Google
  • Google Immagini
  • Performance Max
  • Schede prodotto gratuite
  • Ecosistema commerciale di Google

Negli ultimi anni Merchant Center è diventato il cuore della strategia pubblicitaria di moltissimi negozi online italiani.

Prima novità: requisiti più chiari per i contenuti dei prodotti

Google ha dichiarato di voler rendere più trasparenti i requisiti necessari affinché i prodotti possano essere mostrati sulle proprie piattaforme.

Questo significa che i commercianti dovranno prestare ancora più attenzione a:

Titoli prodotto

I titoli dovranno descrivere chiaramente il prodotto senza elementi fuorvianti.

Descrizioni

Le descrizioni dovranno essere coerenti con il prodotto realmente venduto.

Immagini

Le immagini dovranno rispettare gli standard qualitativi richiesti da Google.

Prezzi e disponibilità

Le informazioni presenti nel feed dovranno corrispondere esattamente a quelle presenti sul sito.

Per gli eCommerce italiani questa non è una novità assoluta, ma Google sta formalizzando meglio i requisiti per ridurre contestazioni e sospensioni degli account.

Seconda novità: nuove regole sul trattamento dei dati

Uno degli aspetti più interessanti riguarda il trattamento dei dati.

Google ha aggiunto clausole che permetteranno di applicare i termini anche a futuri prodotti, servizi e funzionalità che potrebbero essere introdotti successivamente.

In pratica:

  • I dati caricati su Merchant Center potrebbero essere utilizzati da nuove funzionalità future.
  • Le condizioni diventano più estese rispetto al passato.
  • L’ecosistema Merchant Center sarà sempre più integrato con strumenti basati sull’intelligenza artificiale.

Questo punto è particolarmente rilevante per le aziende italiane che gestiscono:

  • listini riservati;
  • cataloghi proprietari;
  • contenuti esclusivi;
  • fotografie professionali dei prodotti.

Terza novità: email pubbliche e marketing

Un’altra modifica riguarda le email pubblicamente disponibili.

Google specifica che potrà utilizzare indirizzi email reperibili pubblicamente per aiutare i commercianti a raggiungere i clienti attraverso le proprie piattaforme e funzionalità commerciali.

Per le aziende italiane questo significa che è opportuno verificare:

  • indirizzi email pubblicati sul sito;
  • indirizzi presenti nei contatti aziendali;
  • caselle utilizzate per assistenza e marketing.

L’obiettivo dichiarato è migliorare le opportunità di contatto e comunicazione commerciale.

Cosa cambia per le aziende italiane

Dal punto di vista pratico, per la maggior parte degli eCommerce italiani non sarà necessario effettuare modifiche immediate.

Tuttavia è consigliabile:

Controllare il feed prodotti

Verificare che titoli, descrizioni, prezzi e immagini siano aggiornati.

Aggiornare i contatti aziendali

Controllare le email pubbliche presenti sul sito.

Verificare le policy privacy

Accertarsi che siano coerenti con l’utilizzo degli strumenti Google.

Monitorare Merchant Center

Controllare frequentemente la sezione “Richiede attenzione” per evitare problemi di conformità.

Merchant Center e Intelligenza Artificiale: la direzione di Google

L’aggiornamento dei termini si inserisce in una strategia più ampia.

Negli ultimi mesi Google ha ampliato le funzionalità AI all’interno del nuovo Merchant Center, introducendo strumenti per:

  • generazione immagini;
  • miglioramento immagini prodotto;
  • contenuti assistiti dall’intelligenza artificiale;
  • nuove superfici di vendita e scoperta prodotti.

Molti osservatori ritengono che le nuove condizioni siano state pensate proprio per supportare questa evoluzione dell’ecosistema commerciale di Google.

Cosa fare prima del 15 giugno 2026

Per evitare problemi è consigliabile:

  1. Leggere attentamente i nuovi Termini di Servizio.
  2. Controllare il catalogo prodotti.
  3. Aggiornare i dati aziendali.
  4. Verificare la conformità delle immagini.
  5. Monitorare eventuali notifiche all’interno di Merchant Center.

Link utili

L’aggiornamento dei Termini di Servizio di Merchant Center previsto per il 15 giugno 2026 rappresenta un passaggio importante per tutti gli eCommerce che utilizzano Google Shopping e gli strumenti pubblicitari di Google.

Le modifiche non rivoluzionano il funzionamento della piattaforma, ma introducono maggiore chiarezza sui contenuti dei prodotti, ampliano le regole sul trattamento dei dati e forniscono nuove informazioni sull’utilizzo delle email pubbliche.

Per le aziende italiane la scelta migliore è prepararsi in anticipo, verificando feed, dati aziendali e conformità del catalogo, così da continuare a sfruttare al meglio le opportunità offerte da Merchant Center.

Se hai aperto il pannello di amministrazione del tuo sito negli ultimi giorni, probabilmente hai visto lui: WordPress 7.0.

E no, questa volta non si tratta del classico aggiornamento con due pulsanti spostati, tre bug corretti e una frase tipo “migliorata l’esperienza utente”. Questa release è stata una delle più discusse degli ultimi anni e ha portato migliaia di amministratori, sviluppatori e agenzie ad aggiornare immediatamente i propri siti WordPress.

Anzi, in molti casi l’aggiornamento è arrivato quasi automaticamente, trasformando WordPress 7.0 nell’argomento più chiacchierato tra chi vive di plugin, temi, cache da svuotare e backup fatti alle tre di notte.

Perché WordPress 7.0 era così atteso?

La risposta è semplice: WordPress 7.0 non è un aggiornamento qualsiasi.

Dopo anni di evoluzione della piattaforma, WordPress ha deciso di fare un salto importante introducendo nuove tecnologie, una gestione più moderna dell’area amministrativa e soprattutto le prime vere basi per l’intelligenza artificiale integrata direttamente nel CMS.

Per chi utilizza WordPress ogni giorno significa una cosa sola: meno plugin inutili, più funzioni native e una piattaforma pronta per il futuro.

Il giorno in cui mezzo internet ha iniziato ad aggiornarsi

La release ufficiale di WordPress 7.0 è arrivata il 20 maggio 2026 dopo un rinvio che aveva fatto discutere parecchio la community. Il team di sviluppo ha preferito rallentare il rilascio per garantire maggiore stabilità e prestazioni migliori.

Tradotto in linguaggio umano:

“Ragazzi, questa versione è grossa. Meglio aspettare qualche settimana piuttosto che vedere esplodere milioni di siti.”

Una scelta che, sinceramente, ha evitato parecchi mal di testa.

Quando il pulsante di aggiornamento è comparso nelle dashboard, tantissimi siti WordPress hanno iniziato a passare alla nuova versione quasi in contemporanea. Hosting, agenzie e webmaster hanno passato giorni a controllare plugin, temi e compatibilità come se stessero preparando il lancio di un razzo spaziale.

La vera novità: l’AI entra in WordPress

La parola magica del 2026 è ovviamente AI.

E WordPress non è rimasto a guardare.

Con WordPress 7.0 arrivano le basi per integrare sistemi di intelligenza artificiale direttamente nella piattaforma grazie a nuove API e sistemi chiamati AI Client e Abilities API.

In pratica WordPress potrà dialogare in modo più intelligente con strumenti AI, plugin avanzati e servizi esterni.

No, il tuo sito non inizierà a scrivere articoli da solo mentre sei al mare.

Almeno per ora.

Però gli sviluppatori hanno finalmente una struttura ufficiale su cui costruire strumenti molto più potenti.

Dashboard nuova, aria nuova

Diciamolo chiaramente.

La vecchia amministrazione di WordPress iniziava ad avere l’età di alcune utilitarie usate.

Con WordPress 7.0 arriva un importante rinnovamento dell’interfaccia amministrativa attraverso il sistema DataViews, pensato per rendere la gestione di articoli, pagine e contenuti più veloce e moderna.

Il risultato?

Meno sensazione da software del 2008.

Più sensazione da piattaforma moderna.

Aggiornare subito oppure aspettare?

La classica domanda che compare ogni volta che esce una nuova versione di WordPress.

La risposta è sempre la stessa:

Se hai un sito semplice, ben mantenuto e con plugin aggiornati, WordPress 7.0 rappresenta un aggiornamento molto interessante.

Se invece il tuo sito utilizza plugin sviluppati nel 2014 da un cugino dell’amico del fratello del commercialista, forse conviene fare un test prima.

Molti professionisti consigliano infatti di verificare prima compatibilità di tema, plugin personalizzati e versione PHP utilizzata dal server.

Perché WordPress 7.0 potrebbe cambiare il futuro della piattaforma

Molti aggiornamenti WordPress migliorano quello che esiste già.

WordPress 7.0 invece prova a preparare il terreno per ciò che arriverà nei prossimi anni.

Intelligenza artificiale, gestione avanzata dei contenuti, editor più intelligente, strumenti di collaborazione e una dashboard finalmente più moderna rappresentano un cambio di direzione importante per l’intero ecosistema WordPress.

E considerando che oltre il 40% dei siti web utilizza WordPress, quando WordPress cambia, cambia una buona fetta di internet.

WordPress 7.0 non è soltanto un aggiornamento

È uno di quei rilasci che fanno parlare sviluppatori, agenzie, creator e proprietari di siti per settimane.

Tra AI, nuova amministrazione, miglioramenti al sistema editoriale e una forte attenzione alle performance, WordPress 7.0 rappresenta probabilmente uno degli aggiornamenti più importanti degli ultimi anni.

E adesso la vera domanda è una sola:

Hai già fatto il backup prima di cliccare su “Aggiorna adesso” oppure stai vivendo pericolosamente?

 

Google chiude la class action con un accordo milionario

Google ha raggiunto un accordo da 50 milioni di dollari per chiudere una class action avviata da migliaia di dipendenti afroamericani che accusavano il colosso tecnologico di pratiche discriminatorie sistemiche sul posto di lavoro.

La causa riguardava presunte disparità nelle assunzioni, negli stipendi e nelle opportunità di avanzamento di carriera all’interno dell’azienda. Il caso è stato seguito dal tribunale distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto Nord della California, che ha approvato definitivamente l’intesa.

Le accuse contro Google

La class action era partita nel 2022 dopo la denuncia dell’ex dipendente April Curley, che aveva accusato Google di mantenere una cultura aziendale discriminatoria nei confronti dei lavoratori afroamericani.

Secondo le accuse, molti dipendenti neri sarebbero stati inseriti in posizioni inferiori rispetto alle loro qualifiche reali, ricevendo salari più bassi e minori possibilità di crescita professionale rispetto ai colleghi.

Nel corso della causa, altri ex dipendenti si sono uniti all’azione legale, rafforzando le accuse di disparità razziali sistemiche all’interno dell’azienda.

I numeri della controversia

Tra i dati citati nella causa emergeva che nel 2014 Google contava oltre 32 mila dipendenti, ma solo una piccola percentuale era composta da lavoratori afroamericani. Negli anni successivi l’azienda aveva aumentato la presenza di dipendenti neri, ma secondo i ricorrenti le differenze salariali e professionali sarebbero rimaste evidenti.

L’accordo raggiunto non rappresenta un’ammissione ufficiale di responsabilità da parte di Google, ma pone fine al contenzioso legale iniziato diversi anni fa.

Le reazioni

L’avvocato per i diritti civili Ben Crump, coinvolto nella causa, ha definito l’accordo un passo importante contro le discriminazioni nel settore tecnologico. Secondo i legali dei dipendenti, il caso potrebbe spingere altre aziende tech a rivedere le proprie politiche interne su inclusione, stipendi e avanzamenti di carriera.

La vicenda ha riacceso il dibattito internazionale sul tema della diversità nelle grandi aziende tecnologiche e sulle differenze di trattamento denunciate da molti lavoratori negli ultimi anni.

Google ha introdotto anche in Italia una nuova funzionalità chiamata “Fonti Preferite”, pensata per offrire agli utenti un maggiore controllo sulle notizie visualizzate nei risultati di ricerca.

Come funzionano le Fonti Preferite

La novità riguarda principalmente la sezione “Notizie principali” del motore di ricerca. Accanto ai risultati compare un’icona a forma di stella: cliccandola, è possibile selezionare i siti di informazione preferiti.

Una volta aggiunte, queste fonti avranno maggiore visibilità nei risultati, comparendo più frequentemente o in una sezione dedicata chiamata “Dalle tue fonti”.

Google introduce le “Fonti Preferite” in Italia: più controllo sulle notizie
Google introduce le “Fonti Preferite” in Italia: più controllo sulle notizie

Più personalizzazione senza perdere varietà

Google ha sottolineato che la funzione non limiterà la varietà delle notizie. Anche dopo aver scelto le proprie fonti, gli utenti continueranno a vedere contenuti provenienti da altri siti.

L’obiettivo è quindi bilanciare personalizzazione e pluralità dell’informazione, permettendo agli utenti di seguire le testate ritenute più affidabili senza chiudersi in un’unica prospettiva.

Un impatto già visibile

Secondo i primi dati condivisi dall’azienda, gli utenti hanno il doppio delle probabilità di cliccare su un sito dopo averlo selezionato come fonte preferita.

A livello globale, sono già oltre 200.000 i siti aggiunti alle liste personalizzate dagli utenti, segno di un forte interesse verso questa nuova modalità di fruizione delle notizie.

Un cambiamento importante per editori e lettori

Questa funzionalità rappresenta un’opportunità anche per editori e creator, che potranno fidelizzare il pubblico invitando gli utenti ad aggiungerli tra le fonti preferite.

Allo stesso tempo, gli utenti avranno un ruolo più attivo nella selezione delle notizie, rendendo l’esperienza di ricerca più personalizzata e mirata.

Google introduce le “Fonti Preferite” in Italia: più controllo sulle notizie
Google introduce le “Fonti Preferite” in Italia: più controllo sulle notizie

Il 2026 segna un punto di svolta per Google. Non si tratta più solo di aggiornamenti algoritmici, ma di un cambiamento strutturale nel modo in cui il motore di ricerca interpreta contenuti, utenti e intenzioni.

Se hai un sito web, un e-commerce o lavori nel digital marketing, ignorare queste novità significa perdere traffico, posizionamento e opportunità.

1. Google diventa sempre più AI-driven

Con l’integrazione sempre più profonda dell’intelligenza artificiale, Google sta evolvendo verso un sistema basato su risposte e non più solo su link.

Le nuove SERP mostrano:

  • Risposte generate automaticamente
  • Contenuti sintetizzati da più fonti
  • Minore visibilità per i siti tradizionali

Questo significa che il tuo contenuto deve essere autorevole, chiaro e strutturato per essere preso in considerazione.

2. Fine del SEO “facile”: ora conta davvero il valore

Google ha rafforzato il concetto di E-E-A-T (Experience, Expertise, Authoritativeness, Trust).

In pratica:

  • Contenuti copiati o superficiali vengono penalizzati
  • I siti senza identità reale perdono ranking
  • Conta chi scrive, non solo cosa scrive

Diventa fondamentale mostrare:

  • Autore reale
  • Esperienza diretta
  • Trasparenza

3. Nuovo ruolo dei dati strutturati

I dati strutturati non sono più opzionali. Google li utilizza per capire meglio i contenuti e integrarli nelle risposte AI.

Schema fondamentali nel 2026:

  • Article
  • Product
  • FAQ
  • Review

Un sito senza schema markup oggi è praticamente invisibile rispetto ai competitor ottimizzati.

4. Core Web Vitals ancora più importanti

Le performance restano un fattore chiave. Ma nel 2026 Google è ancora più severo:

  • Velocità di caricamento
  • Stabilità visiva
  • Interattività immediata

Un sito lento oggi non perde solo ranking, ma anche conversioni.

5. SERP sempre più “chiuse”

Google tende a trattenere l’utente dentro il proprio ecosistema:

  • Featured snippet avanzati
  • Risposte dirette
  • Zero-click search

Questo riduce il traffico organico, ma apre nuove opportunità per chi riesce a posizionarsi nelle risposte.

6. Contenuti lunghi sì, ma solo se utili

Non basta scrivere articoli lunghi: devono essere realmente utili.

Google premia contenuti che:

  • Risolvono un problema
  • Rispondono a domande specifiche
  • Guidano l’utente passo dopo passo

7. SEO e UX ormai sono la stessa cosa

Esperienza utente e SEO sono ormai inseparabili.

Fattori chiave:

  • Layout chiaro
  • Navigazione semplice
  • Mobile first

Chi continuerà a fare SEO “vecchio stile” perderà visibilità. Chi invece investirà in contenuti di qualità, struttura tecnica e esperienza utente avrà un vantaggio enorme.

Il consiglio è semplice: smetti di ottimizzare per Google e inizia a ottimizzare per le persone. Google, oggi più che mai, se ne accorgerà.

Creare o rilanciare un negozio online oggi significa fare una scelta che ti porterai dietro per tutta la tua esperienza sul web. È un po’ come scegliere un mezzo di lavoro: se scegli quello sbagliato, prima o poi pagherai il prezzo in tempo, costi e limiti operativi. La vera domanda è: Quale piattaforma usare? Molti imprenditori si concentrano su logo, prodotti e pubblicità, ma spesso sottovalutano la macchina che farà funzionare tutto il business: la base tecnica del progetto. La verità è semplice: scegliere il CMS eCommerce sbagliato può costarti tempo, soldi e crescita futura. In questa guida vediamo in modo pratico le tre soluzioni più richieste nel 2026:

  • WooCommerce
  • Shopify
  • Adobe Magento

WooCommerce: ideale per libertà e SEO

WooCommerce è una soluzione molto diffusa, semplice da personalizzare e con ottime potenzialità SEO. A mio avviso, può diventare poco performante se installato su hosting economici o ambienti condivisi non adeguati.

Vantaggi

  • Costi iniziali contenuti
  • Migliaia di plugin disponibili
  • Ottimo per Google e contenuti editoriali
  • Grande libertà tecnica
  • Perfetto per crescere nel tempo

Ideale per

  • PMI
  • negozi italiani
  • brand che puntano sulla SEO
  • chi desidera pieno controllo

Shopify: semplice e veloce

Shopify è una piattaforma hosted: paghi un abbonamento e hai quasi tutto pronto. È meno personalizzabile rispetto ad altre soluzioni, ma tramite i temi disponibili puoi ottenere ottimi risultati estetici in tempi rapidi.

Vantaggi

  • Setup rapido
  • Hosting incluso
  • Interfaccia semplice
  • Sicurezza gestita dalla piattaforma

Ideale per

  • chi vuole partire subito
  • piccoli brand
  • chi non vuole gestire aspetti tecnici

Limiti

  • costi mensili continui
  • minore libertà di personalizzazione
  • dipendenza dalla piattaforma

Magento: per progetti grandi

Adobe Magento è una macchina potente pensata per aziende strutturate.

Vantaggi

  • Cataloghi molto grandi
  • Multi-store avanzato
  • Regole commerciali complesse
  • Elevata scalabilità

Ideale per

  • aziende grandi
  • marketplace
  • cataloghi con migliaia di prodotti

Limiti

  • costi elevati
  • sviluppo complesso
  • richiede team tecnico dedicato

Tabella rapida confronto

Piattaforma Facilità SEO Personalizzazione Costi iniziali Scalabilità
WooCommerce Alta Alta Molto Alta Bassi Alta
Shopify Molto Alta Media Media Medi Media
Magento Bassa Alta Molto Alta Alti Molto Alta

Quale scegliere davvero?

Scegli WooCommerce se:

Vuoi un progetto solido, SEO friendly e personalizzabile.

Scegli Shopify se:

Vuoi vendere subito senza pensieri tecnici, scegliendo un template e partendo rapidamente.

Scegli Magento se:

Hai un business già strutturato e un budget importante.

Il consiglio professionale

Migrare dati da una piattaforma all’altra oggi può essere complicato, lungo e costoso. Molte aziende se ne accorgono troppo tardi, quando devono cambiare strumento perché quello scelto all’inizio non era adatto. Per questo la scelta iniziale è fondamentale. Se stai valutando il tuo eCommerce, devi basarti su:

  • budget reale
  • obiettivi
  • tipologia prodotti
  • strategia marketing
  • crescita prevista
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Se stai cercando un modo semplice ed efficace per raccogliere email sul tuo sito WordPress, un plugin newsletter compatibile con Divi 5 rappresenta una soluzione ideale. In questa guida scoprirai come funziona, perché utilizzarlo e quali vantaggi offre rispetto ad altri sistemi.

Perché usare un plugin newsletter su WordPress

La raccolta di contatti è uno degli elementi più importanti per qualsiasi progetto online. Avere un database di email consente di creare relazioni dirette con i tuoi utenti, promuovere servizi e aumentare le conversioni.

  • Controllo completo dei dati
  • Nessuna dipendenza da piattaforme esterne
  • Migliore gestione delle campagne marketing

Compatibilità con Divi 5

Uno dei vantaggi principali di questo plugin è la perfetta integrazione con Divi 5. Può essere inserito facilmente in qualsiasi pagina tramite shortcode, modulo codice o modulo testo.

Come funziona il plugin newsletter

Il funzionamento è semplice e immediato:

  1. L’utente inserisce nome ed email
  2. I dati vengono inviati tramite AJAX
  3. Il sistema salva i contatti nel database WordPress
  4. L’amministratore riceve una notifica

Vantaggi rispetto ai servizi esterni

Molti utilizzano piattaforme come Mailchimp o Brevo, ma un plugin interno offre numerosi vantaggi:

  • Maggiore velocità
  • Zero costi mensili
  • Maggiore privacy
  • Personalizzazione completa

Ottimizzazione SEO del sistema

Un plugin leggero e ben sviluppato migliora anche le performance SEO del sito:

  • Riduzione dei tempi di caricamento
  • Migliore esperienza utente
  • Compatibilità con Core Web Vitals

Esperienza utente e conversioni

Il form newsletter deve essere semplice, veloce e chiaro. L’utilizzo di AJAX evita il reload della pagina e migliora il tasso di conversione.

Conclusione

Un plugin newsletter WordPress compatibile con Divi 5 è una soluzione efficace per raccogliere contatti e migliorare la strategia digitale. Grazie alla sua semplicità e leggerezza, rappresenta una scelta ideale per siti vetrina, blog e progetti professionali.

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